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La raccolta di nastrobiografie, ovvero di racconti autobiografici su nastro di donne e pittori della Valpadana negli anni ’70 – ’80 fu incoraggiata da Cesare Zavattini, che era membro con me della Giunta del Premio nazionale dei naif di Luzzara, da lui fondato. Zavattini avrebbe voluto farne un libro con disco, una delle tante sue idee rimaste nel cassetto. Da allora, dopo un ventennio, la questione si ripropose quando ebbi occasione di partecipare alle riunioni della redazione “aperta” dell’almanacco delle prose Il semplice che, sotto lo stimolo di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Ugo Cornia, e altri rivalutava appunto la narrazione orale anche per la sua dirompente spontaneità antiaccademica. Per me non c’è voluto altro. Riesumai le mie vecchie nastrobiografie e ne aggiunsi di nuove. Volendo potrei allungare la catena all’infinito perché coloro che amano esporre le vicende della propria vita sono più numerosi di quanto si possa credere. E più raccontano cose strane e paradossali (anche se dolorose) più ci provano gusto. Voglio aggiungere che queste storie non devono essere messe nell’angolo della sociologia, come campionari su cui riflettere per comprendere periodi della nostra storia. Anche questo, ma non solo. In chiave sociologica sono state pubblicate in Italia importanti raccolte di narrazioni orali, come Autobiografie della Leggèra di Danilo Montaldi (Einaudi 1961), e Il mondo dei vinti di Nuto Revelli (Einaudi 1977) nonché le collezioni di libri monografici della Giunti e i testi collezionati nell’importante archivio di Saverio Tutino. Sono tutte testimonianze di vita interessantissime ma viste con una griglia interpretativa di tipo storico-sociologico. Non nego l’importanza di questo apporto conoscitivo ma ritengo che queste narrazioni orali meritino qualcosa di più, per le loro valenze, perché no, anche letterarie giocate sullo scatenarsi dell’immaginario e sulla puntigliosità di un realismo che sconfina a volte in visioni surreali e simboliche.